Risposta Assobioplastiche ad articolo dal titolo "sfatiamo 4 miti sulle bioplastiche" (Ecoblog.it)

Sul Ecoblog.it è uscito un articolo dal titolo “Sfatiamo 4 miti sulle bioplastiche”. Come Assobioplastiche riteniamo necessario fare alcune precisazioni e per farlo abbiamo coinvolto il Prof. Mario Malinconico - Italian Representative at IUPAC Research Director, Institute on Polymer Chemistry and Technology, (ICTP-CNR) – che ha messo a confronto le asserzioni dell’articolo e le ha commentate. Per facilitare una lettura sinottica, qui di seguito sia l’articolo che il commento del Prof. Malinconico:

Ecoblog.it La prossima settimana con ogni probabilità sarà licenziata definitivamente in Senato la legge che impone l’adozione delle bioplastiche per tutti (le cosidette buste shopper in commercio) e non solo per quelle vendute nella GDO. Ebbene è il caso di chiarire che in ogni caso le bioplastiche non sono la panacea; vanno usate con parsimonia e non risolvono il problema dell’inquinamento. L’unica strada percorribile resta l’uso delle borse in stoffa, paglia, canapone ecc. Infatti le aspettative che circondano i prodotti a base di bioplastiche creano miti errati. Daniella Dimitrova Russo, Co-founder and Executive Director di Plastic Pollution Coalition ne sfata almeno 4:

Ecoblog.it: Mito 1: Le bioplastiche sono biologiche e dunque buone per il Pianeta.

La plastica si ottiene al termine di un lungo e complesso processo: la polimerizzazione che grazie a atomi di carbonio e idrogeno crea legami forti ma flessibili. Perciò la plastica è flessibile e indistruttibile. Legami polimerici si ottengono da petrolio o gas. L’uso di materie vegetali non fa si che il polimero che ne deriva sia biologico o più rispettoso dell’ambiente. Per assurdo: si può ottenere plastica non biodegradabile e tossica da mais biologico.

Risposta: Le bioplastiche nascono storicamente con la necessità di offrire un supporto di contenimento e trasporto del rifiuto organico domestico. Questo supporto (sacchetto) deve avere le caratteristiche di resistenza meccanica, adeguata traspirabilità in modo da trasferire nell’atmosfera quanta più acqua possibile e, infine, di compostabilità alla stregua del contenuto, gli scarti di cucina. A questo proposito è utile ricordare che la frazione organica dei rifiuti domestici è di gran lunga la principale in termini ponderali, (35 -50% a seconda delle tipologie abitative) e favorisce la reimmissione del carbonio organico in agricoltura sotto forma di ammendante organico, chiamato compost. Perché ciò possa avvenire il compost non deve essere inquinato da impurità, prima fra tutte la plastica tradizionale, che solo in Italia rappresenta oltre 100 mila tonnellate di sacchettame ed imballaggi che devono essere smaltiti ad altissimi costi (dati Consorzio Italiano Compostatori).

Due numeri per dare una idea del valore della raccolta e valorizzazione della frazione umida domestica: più del 74% dei suoli dell’area mediterranea sono a rischio desertificazione perché hanno un contenuto di sostanza organica inferiore al 2% (fonte JRC Lo stato dei suoli in europa 2012); raccogliendo la frazione umida domestica si supera il 10% dell’obiettivo di riduzione della CO2 comunitaria per il 2020 (ERRMA –Ministero Ambiente Federale Germania).

Per cui:

Le plastiche biodegradabili e compostabili secondo gli standard armonizzati europei (perché di questo stiamo parlando) siano esse di natura rinnovabile o di natura fossile rappresentano lo strumento fondamentale per la gestione del rifiuto organico. Lo stesso vale per le buste della spesa, e tutti gli altri prodotti che possono contenere prodotti alimentari e/o essere sporchi di rifiuto alimentare (pensiamo a piatti, posate e bicchieri).


Ecoblog.it: Mito 2: Le bioplastiche sono biodegradabili.

E’ vero che lo sono essendo costituite da materie prime naturali; ma il processo con cui sono trasformate in plastica rende difficile e a volte impossibile rompere questo legame chimico. Non ci sono standard indipendenti rispetto a ciò che si intende per “plastica biodegradabile”. Le bioplastiche non sono universalmente biodegradabili in condizioni normali. Ci sono diversi tipi di bioplastiche, e alcune richiedono trattamenti speciali per essere decomposte; altre possono richiedere decenni attenuando i presunti benefici di utilizzare i cosiddetti materiali in plastica compostabile.
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Risposta: Quando si parla di plastiche biodegradabili bisogna avere ben chiaro il significato delle parole. Il termine biodegradabile infatti non ha un valore assoluto (tutto infatti col tempo biodegrada) ma solo relativo in relazione ad un definito arco temporale e ad un determinato contesto ambientale.

Quando si parla di imballaggi bisogna comunque necessariamente riferirsi a quanto previsto dalla direttiva 94/62 (c.d. Direttiva Imballaggi) che disciplina , fra le altre cose, la raccolta e il trattamento degli imballaggi. Tra questi l’abbandono nell’ambiente non è previsto né potrebbe essere altrimenti.

Da oltre 10 anni inoltre sono a disposizione standard armonizzati, approvati dall’organismo europeo di normalizzazione su incarico della Commissione Europea, che permettono di valutare le plastiche biodegradabili e compostabili.
Al riguardo lo standard europeo EN 13432 indica con chiarezza fin dal titolo di riferirsi a “Requisiti per imballaggi recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione".

Con riguardo all'utilizzo del termine "biodegradabile", quindi, non siamo all'anno zero come si vorrebbe far credere in quanto la biodegradazione degli imballaggi può essere misurata con metodi di laboratorio ben descritti, così come sono ben definiti i requisiti minimi: un livello di biodegradazione pari al 90% del prodotto in un periodo di sei mesi. Esiste quindi un sistema metodologico che permette trasparenza e verificabilità.

Derivando dall’organismo europeo di normalizzazione questi standard sono prodotti con un processo trasparente e indipendente e prevedono dei meccanismi di aggiornamento.

Alcune bioplastiche hanno dimostrato di essere biodegradabili anche in ambienti meno “efficienti” come il compostaggio domestico o, addirittura, il suolo.


Ecoblog.it: Mito 3: Le bioplastiche sono riciclabili.

Alcune lo sono ma come nel caso del compostaggio il processo di riciclo è complesso e costoso poiché non rientra nei trattamenti convenzionali. Inoltre, se le bioplastiche sono mescolate a plastiche tradizionali, si contaminano il che costringe le società di gestione dei rifiuti a respingere partite di prodotto altrimenti riciclabile.

Risposta: Anche in questo caso bisogna avere ben chiaro l’ordine dei problemi.

Oggi quello vero è dato dal drammatico inquinamento della frazione organica da plastica tradizionale, che obbliga i compostatori ad onerosi e non sempre efficaci sistemi di pretrattamento e post trattamento per togliere le enormi quantità di plastica dall’umido domestico.

Per quanto riguarda il tema dell’inquinamento della raccolta differenziata della plastica da parte delle bioplastiche, è stato evidenziato da alcuni studi che quantità fino a oltre il 10% di bioplastica nei flussi di imballaggio flessibile, non comportano alcun tipo di problema.

Per quanto riguarda gli imballaggi rigidi, come le bottiglie, anche in questo caso è stata dimostrata l’efficienza di riconoscimento dei sistemi ottici nella selezione delle bioplastiche da quelle tradizionali.

E’ comunque chiaro che la diffusione delle bioplastiche deve essere accompagnata da una forte campagna di informazione dei cittadini e da sistemi di etichettature capaci di promuovere un corretto smaltimento di tutti gli imballaggi.


Ecoblog.it : Mito 4: Le bioplastiche non sono tossiche. Alle bioplastiche si possono aggiungere anche il BPA o bisfenolo o gli ftalati.

Risposta:

Il bisfenolo e gli ftalati sono stati sconsigliati per utilizzi come additivi per plastiche da imballaggi alimentari da almeno 20 anni, cioè da prima della comparsa delle bioplastiche e quando ancora si usava il PVC per le buste e le bottiglie per liquidi alimentari. Tutti gli additivi che vengono impiegati nella formulazione delle bioplastiche (e non solo) sono oggi soggetti a severi controlli e non contengono bisfenoli o ftalati, forti proprio dell’esperienza accumulata negli anni con le plastiche tradizionali e proprio perché il destino delle bioplastiche è di ritornare nella natura.

Per quanto riguarda i punti di seguito riportati, Assobioplastiche non può che ritenerli corretti e non solo per le bioplastiche.


Ecoblog.it: Ma come devono essere le bioplastiche per essere considerate realmente tali?

1. Sono necessarie materie prime derivate dal no-food e no-OGM;

2. Veramente compostabili e biodegradabili;

3. Libere da sostanze chimiche tossiche per tutto il processo di fabbricazione e riciclo;

4. Prodotte in maniera sostenibile (uso corretto di acqua, suolo e chimica);

5. Riciclabili secondo il criterio dalla culla alla culla.

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